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Lunedì 10 Dicembre 2018

L’Ordinazione Presbiterale di don Federico Arfuso   versione testuale


Iuravit Dominus et non poenitebit eum: «Tu es sacerdos in aeternum secondum ordinem Melchidech».  Questo il canto maestoso del Coro della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, diretto dal Maestro don Domenico Lando, che la sera di sabato 24 novembre ha accolto nella Cattedrale-Santuario di Oppido Mamertina l’ingresso del clero della Diocesi convenuto per la solenne Concelebrazione eucaristica, presieduta dal nostro Vescovo, Mons. Francesco Milito, durante la quale il diacono Federico Arfuso è stato ordinato presbitero.

Manifestamente visibile la gioia dei numerosi fedeli prevenienti soprattutto da San Ferdinando, paese dove don Federico è nato e ha vissuto gli anni della sua fanciullezza, e dalla Parrocchia di San Catanoso in Gioia Tauro, luogo in cui egli ha esercitato il ministero di diacono.

E proprio ai familiari e ai fedeli di queste due parrocchie, ha rivolto per primi il suo saluto il Vescovo nell’omelia: la prima, la comunità delle radici, prima culla della fede teologale; la seconda, la comunità del tirocinio pastorale di don Federico che gode dei frutti delle radici. E poi alle Comunità del nostro Seminario, il Minore e il Maggiore - il "San Pio X" di Catanzaro - costituite dai compagni di Diocesi, anzitutto del corso sessennale, con l’équipe educativa, la comunità della coltivazione e dello sviluppo del seme piantato. Poi il pensiero ai presbiteri e ai diaconi della nostra Diocesi presenti, la comunità sacramentale per eccellenza di cui Federico dovrà avvertire compagnia e condividere responsabilità. E infine il pensiero alla Gerusalemme celeste «dove - ha detto il Vescovo rivolto a Federico - due sguardi particolari, quello della tua bella mamma e dei tuoi cari nonni stanno contemplando da tempo, meglio e più di noi questa celebrazione che unisce terra e cielo».

Traendo spunto da questi richiami, il Vescovo ha sottolineato come essi, quasi come cerchi concentrici, ci aiutano a dar senso, sostegno e ragione al sacerdozio di don Federico, secondo una logica tutta evangelica ed ecclesiale, «perché - ha detto il Vescovo - ci può essere un relativismo e un soggettivismo ecclesiale non meno pericoloso di quello etico ed intellettuale perché contraddittorio in sé», per questo l’invito a vivere sempre in comunione, sia pur in termini dialogici e critici, con confronti su posizioni anche divergenti, ma con il sostegno dell’amore alla fine convergenti: diversamente non si rende un buon servizio alla causa del vero bene nella Chiesa. Da qui l’esortazione: «Combatti l’individualismo, il peso della sopportazione; coltiva la sociabilità, la rete dei rapporti umani, segno certo della docilità e docibilità dello Spirito dimostrate dai frutti che produce».

 Poi il richiamo alla solenne liturgia del giorno, quella di Cristo, Re dell’Universo, «il testimone fedele il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra, il Signore Dio, l’Alfa e l’Omega, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente».  Lui, «che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre» - ha evidenziato il Vescovo - è stato guidato dal Padre «per farci partecipi del suo sacerdozio regale», e il Padre stiamo pregando «perché comprendiamo che servire è regnare e con la vita donata ai fratelli confessiamo la nostra fedeltà a Cristo, primogenito dei morti e dominatore di tutti i popoli della terra».

Una missione di cui Cristo è coscientissimo quando attesta e rivela a Pilato la sua identità: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per dare testimonianza alla verità. Chiunque è della verità, ascolta la mia voce?». E il suo è un regno di verità perché anche regno di «di vita, di santità e di grazie, di giustizia, di amore e di pace». «E per questo - ha proseguito il Vescovo - essendo già costituiti popolo di Dio, siamo conseguenziali nel doverne vivere le dimensioni, secondo tali note specifiche», aggiungendo: «Ci aiuteranno i Santi a capirlo guidandoci a trovare i percorsi più certi».

Da qui il richiamo e l’accostamento a due Santi che don Federico ha incontrato nel suo iter verso il presbiterato, don Guanella a San Ferdinando, Padre Catanoso a Gioia Tauro.

P. Catanoso, Parroco in Aspromonte, innamorato dell’Eucaristia Missionario del Volto Santo che lui definiva “la mia vita, la mia forza?, fondatore delle Veroniche del Volto Santo «per restituire ai poveri con la forza della carità e dell'umiltà, la loro dignità e di estirpare, dalla società tutto ciò che si oppone al disegno divino. Missione che Padre Catanoso realizzò amando e servendo i poveri con i fatti e nella verità?, prendendo a modello il buon samaritano di cui parla il Vangelo, avendo compassione dei fratelli bisognosi e curandone premurosamente e disinteressatamente le ferite, incarnando la parola di Dio nella società e nella Chiesa del suo tempo in perfetta armonia con le direttive e i desideri dei suoi Superiori ecclesiastici»

 Poi don Luigi Guanella, anch’egli dotato di parresia in parole e in opere, scritte in continuità nel corso del tempo con un’attività instancabile mentre si fa strada la realizzazione dell’Opera, la Casa della Provvidenza fino alla fondazione della Congregazione dei Servi della Carità e delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza: un interesse aperto a tutti i bisogni sociali - che andavano emergendo in una Italia che stava faticosamente costruendo un’unità di popolo dopo quella geografica, arrivata incompleta - ed esteso anche oltre oceano in America a New York, sempre come «commesso viaggiatore della carità».

«Questi due santi - ha affermato il Vescovo - Ti dovranno essere di riferimento e di esempio a partire da questa sera con un’immagine cara ad ambedue e con un ritornello comune ad entrambi».  L’immagine si riferisce ad un animale, sinonimo e simbolo di pochezza intellettiva, ma quanto mai prezioso per il lavoro dei campi, l’asino - Asino del Signore si definiva Padre Catanoso ed asinelli chiamava i suoi preti - con il pensiero che non può che andare a due riferimenti nel Vangelo, entrambi uniti dalla medesima funzione-missione: l’asino, su cui il buon Samaritano carica l’uomo lasciato mezzo morto dai briganti sulla strada verso Gerico e l’asina con il suo puledro, che portarono Gesù a Gerusalemme, l’ultimo teatro della missione prima della passione, entrambi richiamo a una vita portata ai limiti della sopravvivenza sulle soglie della morte per un fine di salvezza.

 Il Vescovo ha aggiunto: «Noi presbiteri dobbiamo essere asini da soma del Signore, chiedendo a lui che ci faccia incontrare buoni samaritani in amici e santi di calibro: Padre Catanoso e don Guanella hanno condiviso l’amicizia con don Orione, servendosi della saggezza di questi, Don Guanella anche quella di don Bosco, del Beato Andrea Ferrari e di Papa Sarto» perché santi sacerdoti sostengono sacerdoti santi, con una nota comune per tutti: lasciarsi interpellare e ispirare nel ministero dalla storia di ogni giorno, cioè dalle realtà incontrate dove l’ubbidienza li ha portati, sempre con l’unico scopo di fare penetrare il Vangelo nella vita quotidiana, così come si presenta, per imprimervi la forza e la gioia dello stesso Vangelo, per realizzare concretamente la sintesi sempre urgente dell’evangelizzazione delle culture e inculturazione della fede.

Quindi l’esortazione pressante del Vescovo a don Federico: «Da questa sera, sii prete su tali posizioni, con dentro l’amore profondo per il Signore, che fu di don Luigi Guanella e di Padre Catanoso, avendo nel cuore e sulla bocca il loro ritornello messaggio di lode e di ringraziamento proprio di chi vive la consacrazione totale al Maestro». «In Domino, In Domino» ripeteva sempre san Catanoso, «Servite Domino in laetitia», ricordava san Luigi. Come dire: il Vangelo della gioia è la gioia del Signore che un sacerdote è chiamato a dare ed essere Evangelii gaudium.

«In questo Anno Cardine 2 - ha concluso il Vescovo - c’è tutto un campo di immediata applicazione: parti subito, reso ora forte dalla grazia del Sacramento e il profumo del Sacro Crisma».

Alla fine della celebrazione, Don Federico, commosso, ma sorridente e sereno, ha ringraziato il Vescovo, i familiari e quanti lo hanno seguito nel cammino di formazione. Un momento di gioiosa condivisione ha infine concluso questo bellissimo giorno di vita e comunione ecclesiale. 

 

 

 

 

 

Cecè Caruso

 




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