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Lunedì 17 Giugno 2019

Casa Famiglia per malati di AIDS di Castellace: la diversità... non ci fa paura anzi ci rende unici!   versione testuale


La diversità... non ci fa paura anzi ci rende unici: è questo il titolo che è stato dato alla Giornata di lotta contro l’AIDS che si è celebrata a Castellace  martedì 4 dicembre, presso la Casa Famiglia per malati di AIDS, in occasione di quella mondiale che ricorre, sin dal 1988, ogni primo dicembre. Essa rappresenta un momento fondamentale per sensibilizzare sui rischi legati alla diffusione dell’HIV, il virus responsabile dell’AIDS. esprimere solidarietà  alle persone affette da questa sindrome e commemorare coloro che purtroppo non ce l’hanno fatta.

Alla Giornata erano presenti insieme agli 11 ospiti che risiedono nella Casa, anche tutti gli operatori e i medici che in essa vi operano, il Dott. Casella - Direttore Amministrativo e Generale dell’Ente Morale Famiglia Germanò Onlus - Suor Alessandra e don Emanuele Leuzzi, succeduto a don Bruno Cocolo nel ruolo di Presidente dell’Ente Morale di cui la Casa fa parte. Hanno partecipato inoltre anche i ragazzi del Centro di riabilitazione di Oppido Mamertina e quanti altri hanno scelto di essere presenti.

Durante le ore trascorse insieme, si sono alternati alcuni interventi e la lettura di alcuni brani tratti dal testo Un Cielo azzurro pubblicato in occasione del ventennale della Casa Famiglia. A tutti è stato consegnato il fiocco rosso simbolo della lotta contro l’AIDS. "Un simbolo che è stato ideato – ha spiegato Donatella Grillo, assistente sociale presso la Casa - da un gruppo di artisti a New York nel 1991 poiché, all’epoca, numerosi personaggi dello spettacolo  avevano  contratto la malattia e purtroppo erano morti. Tra questi, solo per citarne uno, Freddy Mercury, straordinario cantante e leader dei Queen. L'idea del fiocco – ha proseguito Donatella – si rifà alla guerra del Golfo, quando si diffusero per le strade americane nastri gialli in ricordo dei soldati americani sul fronte militare". In quegli anni la paura del contagio era tanta, i malati di AIDS sono stati, ed ancora oggi spesso lo sono, vittime di numerosi pregiudizi, emarginati dalla società, allontanati e rifiutati dalle loro stesse famiglie. L’ AIDS cominciava ad essere un problema concreto anche per il nostro territorio: i malati venivano dimessi dagli ospedali e  non avevano un posto dove andare perché nessuno li voleva. Queste persone avevano bisogno sì di assistenza ma avevano bisogno soprattutto di amore. Nasce così a Castellace  la Casa Famiglia…un luogo dove si sente forte il calore di una famiglia, dove queste persone hanno ridato un senso alla loro esistenza,  un luogo dove hanno ritrovato la voglia di vivere e di sorridere nonostante tutto. Elisa Saffioti, psicologa presso l’Ente Morale, attraverso un video che ha raccolto le esperienze vissute in questi anni, ha raccontato la storia della Casa ripercorrendo i momenti principali di questo grande viaggio... "un progetto ambizioso realizzato con tanto cuore e coraggio" iniziato allorquando la morte di un ragazzo aveva scosso l’animo di don Pino De Masi che, mosso da rabbia e compassione, ne parlò al Vescovo Mons. Crusco . Don Bruno Cocolo, ai tempi Vicario episcopale, ebbe quindi  l’idea di realizzare una casa che potesse accogliere persone con malattia ed in difficoltà. Ma c’era bisogno di un luogo dove costruirla e don Serafino Violi, parroco di Castellace, mise subito a disposizione uno stabile, un vecchio asilo comunale ormai in disuso che andava ristrutturato e per fare ciò don Bruno ebbe l’intuizione di utilizzare i fondi diocesani e della Caritas. Il progetto venne quindi presentato in un pubblico convegno con l’intento di sensibilizzare il territorio al fenomeno e di reperire risorse umane disposte a dare assistenza agli ospiti accolti. La Casa fu inaugurata il 27 aprile 1996 ed accolse la sua prima ospite, Francesca, il 7 febbraio 1997. Da quel momento ha avuto inizio la meravigliosa storia di amore senza fine, di accoglienza e solidarietà di quella che fu la prima Casa di accoglienza di tutto il meridione d’Italia , la più grande per numero di persone accolte. In questi anni numerosi gli ospiti accolti e che hanno lasciato una traccia indelebile nel cuore degli operatori, nel cuore di un paese e di un territorio che ha imparato ad accettarli, a conoscerli e ad amarli. Per Roberto, Bruno, Maria, Peppino, Daniela, Giovanni la Casa di Castellace è la loro Casa! Uno di loro, Willy, ha detto: "Io sono felicissimo di essere in questo posto. Poco fa mentre c’è stato un attimo di silenzio mi è venuto spontaneo dire a don Emanuele che mi sembra di stare in Paradiso. Questa è la verità! Mi sento ogni giorno meglio, libero e sento tanta energia positiva dentro e ho una grandissima voglia di trasmetterla agli altri e mi sforzo di farlo nel mio piccolo... Io penso che l’amore è il fine della vita, non la fine!" Un pensiero è andato poi a tutti quelli che purtroppo non ce l’hanno fatta. E’ stata accesa una candela per ciascuno di loro... 46 le candele accese. Ma tra queste una candela rossa, più grande è stata posta al centro delle altre…una candela per ricordare don Bruno. Lui che del contagio non ha mai avuto paura ma che ha piuttosto contagiato con il suo amore di padre quegli "ultimi degli ultimi" che aveva scelto di amare.

A conclusione delle ore trascorse insieme i ragazzi del Centro di riabilitazione hanno ringraziato tutti nella Casa per l’invito ricevuto con un bellissimo canto natalizio mentre a ciascuno di loro è stato donato un angelo realizzato dagli ospiti.

"Questa casa è nata per voi – ha concluso don Emanuele rivolgendosi agli ospiti - basta guardarvi per vedere il senso di ciò che è stato fatto. Sentir dire 'Siamo in paradiso, è la mia casa, sto bene' significa aver dato una casa a Gesù. Lo spirito per cui questa casa è stata creata, lo spirito che don Bruno ha voluto, era proprio questo: amare voi e voi che vi sentite amati non giudicati, non cacciati ma persone. Gesù si serve in questo modo. L’altro pensiero – ha proseguito don Emanuele - è per don Bruno: fino allo scorso anno era qui ad accendere la candela, a portarla insieme a voi, ora c’è una candela per lui... ma mi piace pensarlo in Paradiso attorniato da tutti gli altri che ha amato e servito e che insieme stanno facendo festa. Voglio lasciarvi oggi con alcune sue parole scritte per questa Casa in riferimento anche alla Sacra Scrittura ed al Vangelo: ma se capisci una  sola parola, un solo gesto, quasi un nulla allora vivilo intensamente, non aspettare di capire tutto...  fatto il primo passo, altri ne seguiranno. Dobbiamo vivere quel poco che abbiamo capito lottando e dobbiamo credere fino in fondo che è possibile trovare ogni giorno l’intuizione giusta. Questo era ed è don Bruno che vi assicuro sta ancora operando, non lo vediamo con gli occhi ma è certo che accanto a Gesù e la Madonna ora potrà  fare molto di più, continuerà a interessarsi di voi e prendersi cura di questa creatura voluta per amore di Gesù e che sarà portata avanti!"

Entrare in contatto con la vita di queste persone, ascoltarli parlare e osservare i loro sguardi ti porta a ridimensionare i tuoi grandi o piccoli problemi quelli che forse tendiamo ad esagerare. Cadono le paure, si annullano le differenze... diventano risorsa per noi che a volte perdiamo l’orientamento di questa vita, ci aiutano a ridefinire il punto da cui partire e ripartire ogni volta: Gesù! Gli ultimi degli ultimi da amare ci insegnano l’Amore. Sia questo il vestito più bello da indossare, il piatto più buono da gustare, la luce più luminosa da accendere, il regalo più bello da scartare in questo Santo Natale!

                                                                                                                                             Maria Rosaria Tomas






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