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Lunedì 20 Maggio 2019

GIOVEDÌ SANTO – MESSA DEL CRISMA   versione testuale

Cattedrale Santuario Oppido Mamertina - 18 aprile 2019


OMELIA
 
1.       Ferme, chiare e solenni ci raggiungono oggi le parole di Isaia (prima lettura: 61,1-3.6.8b-9) e l’applicazione che Gesù ne fa a sé con indiscussa autorità e fermezza per indicare, nel legame tra un oracolo profetico di un tempo e l’attuazione al presente, la percezione che un’opera diversa si attua ora nel profeta per eccellenza, lui, Cristo. È il permanere di un disegno e di una missione tutta all’insegna dell’amore attento e sollecito ai bisogni più cocenti dell’umano.
 
Il timbro letterario è sufficiente nel dare eco ad una proclamazione di preghiera comunitaria e raccolta, tesa ad accogliere un messaggio e pronta a verificarne l’inveramento, tra stupore ed attesa, meraviglia e sorpresa. Ma, passata la fase dell’ascolto, ritornando la mente in una ruminatio che diventa contemplatio, riaperto il rotolo e passando da inserviente a lettore, da depositario di occasione a quasi proprietario unico del testo, come lo scriba capace di sapere estrarre da cose vecchie cose nuove (cfr. Mt 13, 52), l’attualità di quella parola diventa rivelazione e perciò vincolo, memoria che si fa coscienza, luce ai passi del vivere.  
 
Restiamo, infatti, sorpresi e colpiti di questa verità: la scoperta di essere letti prima di essere lettori della Parola. Dal momento che il Signore "ha consacrato il suo servo", il suo spirito è su di lui. Se egli, può – se noi possiamo – proclamarlo è per la consapevolezza della copertura e del possesso divino in noi, come Maria informata dall’Angelo. Diversamente non potremmo né pensarlo, né dirlo, né annunziarlo. La consapevolezza di essere un consacrato con l’unzione pone già su un piano speciale, unico di partecipazione all’esperienza divina, che si identifica con l’appartenenza definitiva a Dio, poiché da quando Egli prende possesso di noi, più non ci appartiamo, ma né per questo siamo assorbiti in un vortice che annulla la nostra libertà: piuttosto siamo collocati in una posizione che più alta, esclusiva, non si potrebbe pensare e desiderare. In tutta questa misteriosa predilezione riscopriamo l’amore proveniente e fedele di Dio.
 
 
 
2.       Il passo di Isaia che Gesù applica a sé è sintesi e compimento di quanto nella seconda parte del suo libro – che annuncia la liberazione di Israele e la caduta di Babilonia (Is 40ss) – trova il profilo preciso nel Primo canto del Servo: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi sono compiaciuto. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni» (Is 42, 1-2). Come questi si comporterà, è descritto subito dopo (Is 42), nella progressiva coscienza del Servo, fattasi strada nel corso degli eventi si snoda nel Secondo canto (Is 49,1-6), si completa e si conferma nel Terzo canto (cfr. Is 50,4-11).
 
Per questo l’approfondimento, l’esegesi e l’ermeneutica delle Parole di Gesù richiedono una rivisitazione piena dei testi che le precedono e le preparano. Ci permettono così di entrare dall’esperienza della preparazione ad una dinamicità nella quale versare tutta l’eredità acquisita nel crogiolo di forti prove, sicché la capacità di affrontare il mandato è ben solida, intravista nelle sue insidie e nei momenti esaltanti, nelle difficoltà e nel superamento. In ultima analisi: una piena fiducia nel Signore, che libera da sentimenti di paura, apprensioni, solitudine, dubbio fonda il comportamento solido per quel che ci attende affinché non ci sorprenda e ci spiazzi.
 
 
3.       La missione che segue all’unzione è così l’esplicitazione, l’applicazione nella storia della grazia ricevuta: mandato perché consacrato. La missione, per questo non va scoperta, né inventata avventurandosi in esplorazioni da pionieri in mondi sconosciuti, da novellini o pivellini che si muovono tra cautele, paure e timori, apprensioni, difese, diffidenze, riserve per affrontare il nuovo da sentirsene sommersi prima di entrarvi.
 
Nella missione vi si entra già da adulti, cresciuti, attrezzati, preparati. La sfida è forte e fondamentale: è il divino che si cala sull’umano e l’affronta in tutte le classi sociali che formeranno il popolo del Giudizio finale, a salvezza e/o condanna di chi si è fatto suo prossimo o suo distante.
 
La Babilonia della visione profetica si concretizza nella Babilonia del mondo contemporaneo ad ogni epoca, dunque anche alla nostra. Richiede solo che, con attenta lettura nello Spirito e lucidità, vi sappiamo individuare le forme che oggi la rappresentano in un mondo non più ristretto a un popolo o a una nazione, ma al cosmo intero, all’universo per il quale i vertiginosi progressi scientifici, gli infarti dell’economia, le assurdità di prepotenze schiaccianti ed elitarie di pochi magnati vorrebbero comporre la filigrana nascosta di pagine già scritte, mentre queste vanno composte dalla base e per la base.
 
4.       Quali siano oggi gli scenari della povertà delle schiavitù, delle cecità e delle oppressioni sociali, nel quadro di politiche, soggiacenti a scelte mirate di un potere che seleziona le notizie e le orienta a consensi e tornaconti, richiede in ogni cristiano una capacità allargata da osservatorio permanente alla ricerca dei segni dei tempi. L’impegno diventa globale e solidale, non discriminante e aperto, sollecitato e provocato a dar ali alla pratica del bene e freni all’ingegnosità del male. Ciò coinvolge ancor di più la responsabilità di noi presbiteri e di Voi, amati fratelli laici.
Per noi presbiteri il primato e la potenza non consistono nell’essere e diventare bravi operatori, immessi e specialisti nel sociale, capaci di trattare alla pari agenti più esperti e pratici di noi, magari esibendo fuori luogo maldestramente il peso del nostro status a recupero di competenze specialistiche che non abbiamo. Quale sia l’essenza del nostro vivere è indicata nelle promesse sacerdotali, che rinnoveranno nel ricordo delle prime fosse al momento dell’ingresso nel Sacramento dell’Ordine:

-       l’unione intima al modello del nostro sacerdozio, il Signore Gesù, per questo svuotati di noi stessi, sullo spirito all’amore di Cristo e per amore alla Chiesa;

-       la fedeltà a dispensare i misteri di Dio per mezzo della Santa Eucaristia e delle altre celebrazioni liturgiche, l’adempimento del servizio alla parola salvifica, sulle orme di Cristo capo e pastore, liberi da umani interessi, e solo guidati dall’amore per i fratelli.
 
Poli e sorgenti di tutto portano in alto, ma attrazioni e sbocchi sono rivolti alla terra. Se saremo anzitutto rivolti alle cose di lassù, diventeremo anche profeticamente protesi alle cose di quaggiù con attenzione all’oggi e una lungimiranza sul domani.
 
Sacerdote veramente santo è sempre stato un sacerdote canto dell’amore di Dio e vanto per il popolo che ha servito. Il Vangelo da lui annunziato si è tradotto in amore incarnato secondo le esigenze dei tempi, le necessità dei luoghi avendolo incontrato nel volto del fratello il volto di Cristo. Resta sempre questo inscindibile binomio l’ardore e la sollecitudine della nuova evangelizzazione, della fiamma della fede accesa nella cultura dei popoli. Questa ricaduta di sensibilizzazione sul presente è ciò che può operare per noi presbiteri la programmata formazione permanente per fasce di età e, per Voi, fratelli e sorelle nel laicato, l’adesione piena alla sequela di Cristo di ieri, di oggi e di sempre.
 
 
5.       In così totalizzante impresa abbiamo bisogno del vostro coinvolgimento pieno, generoso, fedele, aperto, forte, di supporto e, se quando necessario e possibile, anche di sostituzione in quelle cose che attengono al vostro carisma e stato di laici, consacrati nel matrimonio, dediti alla famiglia, applicati nella fatica e nell’esercizio degli impegni e del lavoro quotidiano. Ho potuto avere conferma di ciò in tutte le Parrocchie raggiunte nella Visita Pastorale.
 
         Quante attenzioni e quanto affetto verso i sacerdoti, non disgiunti dal legittimo desiderio di volerli sempre più fedeli e zelanti nel loro compito! Quanto desiderio, anche se a volte attraversati dall’impotenza di limiti oggettivi, di un bene mai nessuno escludente rivolto ai bisogni più pressanti!
Quante cure e forte senso di responsabilità avvertiti nella volontà di voler essere, voi genitori, all’altezza dei figli, così diversi da passate generazioni, non poi tanto lontane nel tempo!
Quale competenza e amorevolezza, quale passione e coinvolgimento professionale e affettivo dei Dirigenti, degli insegnanti e dei docenti nell’accompagnare la crescita umana, sociale, religiosa degli alunni nei cicli scolastici!
Quale sorprendente, e talora non sempre pienamente conosciuta, imprenditoria in azione a conduzione familiare o di rispetto!
Soprattutto quanta carità, dedizione e abnegazione poste nella cura di familiari ammalati, inchiodati su un letto di un dolore, talora forse incosciente (penso agli imprigionati dall’Alzheimer) o in lotta con morbi insidiosi e ostinati da combattere: i tumori in preoccupante crescita esponenziale!
         E quante storie interessanti, anche, di un lavoro davvero libero ma duro, sopportato per anni, per interi decenni, a contatto con la natura, ma anche dipendente in non sempre facili rapporti con i datori.
 
 
6.       È proprio dall’intreccio di questi vari livelli e dalle spinte, che di continuo ne provengono nelle quotidiane relazioni – intessute di confidenze, condivisioni, talora anche scontri – che si delinea il volto della fisionomia più precisa della nostra Chiesa che, nonostante i riflessi dei problemi che riceve per essere inserita in una storia difficile con caratteristiche tipiche, resta comunque bella. È segno che lo Spirito è sempre all’opera e noi ne percepiamo la presenza attraverso gli affetti che produce.
È un lavorio lento, nascosto il suo, spesso invisibile anche al più vicino, e nascosto ai più. Ma quale edificazione ci sorprende poi nello scoprire la sua opera silenziosa, profonda, efficace sicura ricca di stimoli, se sappiamo farci attenti, disponibili discepoli per diventare poi collaboratori della sua opera efficace e vivificante di Chiesa.

 
7.       Pur edificati da questo cesello intimo e forte di Dio, non possiamo, tuttavia, isolarci dalle perplessità di fronte a fenomeni che interpellano direttamente e prioritariamente la nostra sensibilità di credenti. Mi riferisco al mondo dei giovani, del lavoro, dell’immigrazione.
 
Il mondo dei giovani si presenta con una constatazione e un’amarezza, che sembra senza linea di inversione: la partenza, e il non più ritorno dopo gli studi universitari, perché in cerca di stabilità e maggiori sicurezze di un futuro lavorativo, in cui investire le competenze acquisite, senza vanificarle in impieghi di ripiego e per ciò in attività umilianti e deprimenti a fronte dei sacrifici compiuti. La ricaduta delle competenze acquisite sembra essere destinata altrove e non più negli ambienti dove sono stati coltivati i primi germogli e raccolte le prime fioriture. Un senso di sconforto invade tante famiglie, priva la possibilità di una vivacità e di risorse ecclesiali con forze più fresche, non facilita di ricambio nei ruoli, nella mentalità, nella conversione di mentalità e modalità che andrebbero superate. Come interpretare, per altro verso, le presenze finché permangono, ma che sono assenti nella vita della Chiesa?
L’esortazione postsinodale Christus vivit è una piattaforma secondo cui sviluppare sempre di più una pastorale giovanile diocesana, già da anni avviata per conformarla alle esigenze del nostro territorio.
 
Il mondo del lavoro presenta anch’esso criticità e gravi. La disoccupazione che investe larghi stati sociali conosce casi al limite della sopportazione. L’indigenza è una nudità, appena coperta da comportamenti contegnosi e dignitosi con quel margine di pudore sufficiente a non far trasparire i drammi che si vivono. Le nostre Caritas potrebbero raccontarci storie segrete e a volte incredibili, alle quali si riesce a dare solo un sostegno di contenimento, non risolutivo.
 
Come ciò contribuisce a un malessere diffuso non è un mistero. Nondimeno, sofferenze e pene interiori e nascoste restano spesso sommerse nella solitudine di una paura e in uno sconforto appena alleviato da una parola dolce, o da un atto di bontà, dall’attenzioni di piccoli gesti. È il campo delle opere di misericordia corporale e spirituale chiamato permanentemente in causa.
 
Le notizie buone, apprese nei giorni scorsi circa la svolta positiva delle intricate vicende del Porto hanno aperto l’animo a speranze più rassicuranti e alla previsione di un futuro non più fosco, come sembrava preannunziatosi negli ultimi tempi. Ma, gli scampati pericoli devono comportare l’assorbimento deciso di comportamenti in passato concause di crisi non meno deleterie di altre e per questo da lasciarci alle spalle. Gli interessi e le logiche dei nuovi capitali investiti faranno certamente sentire il loro peso progressivo ed incisivo. Ma il capitale primo, che è l’uomo, il lavoratore, il portuale, è chiamato a vivere una condotta etiche e corretta. Nelle leggi del mercato questo è sempre vincente se non c’è chi ruba o bara a danno degli altri. Alla fine, senza rispetto delle regole, si finisce con esiti negativi per tutti.
 
Il mondo dell’immigrazione ha conosciuto anch’esso dei provvedimenti, da tempo desiderati e attesi. Quel che resta da fare, tuttavia, è molto di più e risolutivo. La cosiddetta "emergenza", diventata negli anni un sistema, e quella più recente di "Urgenza", vanno ora superate con l’impegno: "Non più e mai come prima, una storia nuova", duratura con i processi di integrazione. La complessità del fenomeno non fa ignorare insidie e difficoltà in agguato, ma proprio dalle forti e sofferenti esperienze trascorse, viene la spinta a decisioni collaborative e gradualmente risolutive.
 
La parti attive in campo sono tante e quelle in prima linea vanno sostenute secondo le nostre possibilità, come ha fatto ed è stato pubblicamente riconosciuto dalla nostra Caritas diocesana, ma è soprattutto la cultura e l’educazione all’accoglienza che dobbiamo inculcare e coltivare nell’educazione delle coscienze delle nuove generazioni.
 
8.       Una domanda, ora, quasi una delucidazione: come raccordare l’insieme di queste riflessioni tra il sociale e la pastorale con il momento centrale di questa celebrazione, la Liturgia della benedizione degli oli? Il legame è strettissimo. L’olio, elemento prezioso tra i più ricchi di proprietà, anch’esso frutto della terra e del lavoro dell’uomo, è ricco di un simbolismo così forte che la storia del primo e del nuovo Israele bene conosce, tanto presente è il suo richiamo. Benedetto e reso santo nella sua tripartita destinazione ha finalità convergenti: intervenire con la nuova potenza acquisita in kairoi, che toccano in profondità l’essere umano:
 
-    la liberazione dalla malattia, dall’angoscia e dolore con il confronto nel corpo e nell’anima e nello spirito per i malati;
 
-    la consacrazione degli eletti del Signore – i re, i profeti e i martiri – la confermazione, l’invasione e la santificazione, la consacrazione, la salvezza «per tutti i rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo, fonte di profumo di una vita santa … in tutto conforme alla grande dignità che li investe, come re, sacerdoti, profeti e maestri»: i liturghi della santificazione del tempo e della storia;
 
-     l’energia e il vigore, l’illuminazione della sua sapienza, la comprensione sempre più profonda del Vangelo di Cristo, il sostegno della divina potenza, la generosità dell’assunzione degli impegni della vita cristiana, il gusto della gioia di ricevere e viverne nella Chiesa, purché fatti degni dell’adozione filiale per i catecumeni, gli audientes, gli ascoltatori della parola perché ne diventino operatori.
 
Nella storia complicata degli uomini i portatori della liberazione della storia che il Padre attua, sono i suoi stessi oranti che lo invocano con questo nome. Non può per questo esservi scissione fra credenti e praticanti perché la vocazione cristiana è sempre vocazione a salvare l’umano, e non è mai lecito a chi si riconosce e ricorda di essere figlio di Dio di vivere dimentico della sua dignitàe dei suoi doveri sociali: l’umano e il divino si compongono, si intrecciano, non si confondono pur restando intatti nella loro specificità fanno alleanza per agire in beneficio di tutti. La teologia dell’incarnazione è sempre teologia della redenzione. Natale sta a Pasqua, come la nascita gaudiosa nella notte santa sta alla proclamazione esultante della Risurrezione della notte gloriosa.
 
Con oggi arriva a compimento anche il tempo di Quaresima. Abbiamo scelto un percorso con l’#esamecosciezadigitale che interessasse comportamentali e degni di conversione. L’accoglienza registrata è stata positiva, provocandoci ad un uso dei social per una pastorale incisiva, aderente, stimolante. Le parole chiave, poste al centro delle cinque settimane, incentrate su qualità fondamentali nel cuore relazioni virtuose – presenza e dialogo, lentezza e incontro, gentilezza e ascolto, interiorità e apertura, verità e testimonianza – devono accompagnarsi, in piena sintonia, anche nel radioso tempo di Pasqua: il Risorto le mostra tutte con la sua trasfigurante Presenza.
 
Il 2° Congresso Eucaristico, che vivremo tra due mesi (14-19 giugno), sarà anche per questo tanto più performativo, cioè trasformante quanto più vi arriveremo preparati con quell’esercizio di conversione interiore che abbiamo condensato nel titolo e affidato alla segreta confidenza con il Signore nelle intenzioni di preghiera riposte nelle scatole poste all’ingresso delle nostre Chiese: “Fratello, per celebrare degnamente i santi misteri… va’ prima a riconciliarti, poi torna" (Atto penitenziale – cfr. Mt 5,23-24).
 
La raggiunta acquisizione di pace con il fratello e di pace con Dio permetterà di essere riflesso di quell’amore autentico che non conosce contraddizioni e che vogliamo invocare soprattutto questa sera a partire dalla Messa in Coena Domini e interiorizzare sempre di più nei giorni del Triduo Sacro.
 
Lasciamoci con un’immagine suggestiva. Siamo rimasti tutti vivamente colpiti in questi giorni dalle fiamme che hanno distrutto il tetto e la guglia, cioè le parti più alte, di Notre Dame di Parigi. Ci vogliono secoli per costruire una cattedrale, bastano poche ore per privarla del suo uso quotidiano. Stiamo in guardia a non essere noi incauti provocatori di forze distruttive nelle nostre Chiese. Un edificio materiale con il concorso generoso di enti, istituzioni e privati, ritorna ad essere forse più bello e certamente più solido che in passato. La ricostruzione spirituale di una Chiesa è molto più lunga e faticosa.
 
Per la Pasqua in arrivo possano servire queste riflessioni per viverla in tutta la sua pienezza: è l’augurio che ci scambiamo, sicuri di desiderarlo l’uno per l’altro nel dono della pace che il Risorto ci darà nel primo giorno della creazione nuova.     




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