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Martedì 20 Aprile 2021

DAL SANTO GIORNO DELL’INCARNAZIONE DEL SIGNORE AL GIOVEDÌ SANTO DEL DONO DI SÉ    versione testuale

Messaggio del Vescovo per il Giovedì Santo


 

«Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui.

Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare

con il potere di scacciare i demòni.

Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro,

 poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo,

ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè "figli del tuono";

e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì» (Mc 3, 13-19)

«Prima della festa di Pasqua Gesù,

sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,

avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino fine» (Gv 13,1)

«Io prego per loro; non prego per il mondo ma per coloro che tu mi ha i dato,

perché sono tuoi (Gv 17,9)

E io ho fatto conoscere loro il tuo nome

e lo farò conoscere, perché

l’amore con i quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17, 26)

 

Carissimi,

                  nella raccolta, speciale e toccante celebrazione dell’Annunziazione del Signore, giovedì 25 marzo u.s., ci siamo concentrati in preghiera sul Tota tua di Maria e su Toti tui dei sacerdoti della Piccola Opera di Maria Regina dei Cuori. Due squadre in perfetta parità di persone per simmetriche relazioni: SS. Trinità, Maria e Gabriele (4+1), don Nino Larocca, don Giuseppe Mammolenti, don Emilio Sponton, don Antonio Colosimo e Vescovo (4+1 = in tutto: 10, numero perfetto).

Ricorreva lo stesso giorno, secondo studi accreditati, l’inizio del cammino conversione di Dante – il 25 marzo 1300, coincidente con il primo giorno dell’anno nel computo del Calendario Fiorentino ab Incarnatione Domini.

Non ho voluto distrarre allora l’attenzione – sia pure con un riferimento quasi obbligato ricordandone la coincidenza, chiave di lettura del cammino di conversione dell’Alighieri – nel riprendere la Preghiera alla Vergine, porta all’Ufficio delle letture del giorno, lì dove la terzina nella sublime sintesi poetica zumma su l’atto divino:

«Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore»

(Paradiso XXXIII, 7-9).

La scena era stata anticipata: 

 

«L’angel che venne in terra col decreto

de la molt’anni lagrimata pace,

ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,

dinanzi a noi pareva sì verace

quivi intagliato in un atto soave,

che non sembiava imagine che tace.

Giurato si saria ch’el dicesse 'Ave!';

perché iv’era imaginata quella

ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;

e avea in atto impressa esta favella

‘Ecce ancilla Deï’, propriamente

come figura in cera si suggella».

(Purgatorio X, 34-39).

 

Noi ci trovammo a far sintesi di partecipante contemplazione orante della scena. La sua "attualità" misterica permette di recuperare oggi l’eco di questi versi, premessa al reciproco e desiderato pensiero augurale in questo giorno per noi sacro e solennissimo, pur se nuovamente mortificato, ma decisi al suo recupero appena possibile.

Il rinnovo delle promesse sacerdotali e la professione solenne dei voti hanno in Maria il primo riferimenti. In Lei, Madre di Gesù Cristo, Sommo Sacerdote – e per questo della Chiesa e dei consacrati –, la vita è stato un susseguirsi non meccanico ma sempre nuovo ai "nuovi sì" che le venivano richiesti nel mistero dell’incarnazione che andava sviluppandosi, prima nella fase della gestazione, poi protettiva ed educante della vita del Figlio.

Le sfumature letterarie tra promessa (impegno assunto liberamente nei confronti di qualcuno e di se stesso) e voto (promessa solenne di compiere un determinato atto di culto, di carità e di rinuncia) in Maria è dall’inizio solo voto solenne, cioè perpetuo – proprio della professione religiosa –, fondato su vincolo forte: chi più di Maria poteva fondere perfettamente le due cose? Forse, tuttavia, non così é sempre per noi che, a volte, ognuno da doctor subtiliis, teniamo a precisare che la promessa non è un voto, per cui mantenerla non sarebbe poi così vincolante.

Se Jahvè avesse ragionato e agito così, la Promessa della terra (promessa) sarebbe stata ad libitum, un miraggio. Due soggetti che si promettono reciprocamente qualcosa, finirebbero con l’essere ridicoli e infìdi, se con leggerezza, cioè senza eventuale plausibile motivo, tutto fosse legato alla labilità umorale. Di schizofrenia pura si tratterebbe e di queste esperienze ce ne sono (state) e ce ne sono ancora, sempre, dovunque, con chiunque, anche tra presone consacrate. Occorre allora chiedersi quali possano essere gli agganci forti per non operare sofismi tra promessa e voto. Tra l’altro, nel linguaggio corrente, riferendosi ad una celebrazione religiosa che interessa direttamente i ministri di culto, in particolar modo nelle ordinazioni, la gente dice che "ha preso i voti".

Il radicamento è nel Battesimo e nelle tre virtù teologali ricevute in dono: teologali, cioè provenienti da Dio. Se siamo capaci di assumere impegni nei suoi confronti e di restarne all’altezza, in pratica si tratta di una redditio che segue a una traditio divina. Da quel patrimonio tutti i futuri investimenti dei figli si sviluppano come capitale personale e sociale nei diversi stati di vita, attraverso la consacrazione sacramentale iniziale e ripresa in seguito. A partire dal Battesimo, la rinnovazione di quelle promesse e l’atto cosciente della professione di fede rinvia a un circolo che ruota tra presente – di Dio e dell’uomo –, passato – del Dio presente sempre – e futuro – tempo dell’uomo e di Dio. fede operosa e carità si intrecciano.   

Tre donne in giro da la destra rota

venian danzando; l’una tanto rossa

ch’a pena fora dentro al foco nota;

l’altr’era come se le carni e l’ossa

fossero state di smerarlo fatte;

la terza parea neve testé mossa;

e or parean da la bianca tratte,

ora da la rossa; e dal canto di questa

l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.

(Purgatorio XXIX, 121-129).

Vi son descritte danzanti in cerchio e vestite di colori forti: la carità rosso-fuoco (vv. 122-123), la speranza di verde intenso (vv. 124-125), la fede, bianca come la neve appena caduta (v. 126). Sembrava guidassero la danza ora la donna vestita di bianco, ora quello di rosso, e il ritmo del passo lento o veloce (vv. 128-12) delle altre era regolato ora dalla donna vestita di bianco, ora da quella di rosso (vv. 127-128). Mirabile circolarità di un ritmo eguale, perciò armonioso: com’è della perfetta reciprocità della virtù.


 

Da queste donne le tre virtù teologali – in su la destra – lo sguardo passa ad altre quattro, sulla sinistra.

Da la sinistra quattro facean festa,

in porpore vestite, dietro al modo

d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.

(Purgatorio XXIX, 130-132).

 

Sono le virtù cardinali, prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, le cui vesti tutte di porpora ricordano il color rosso della carità, questa a fondamento delle altre virtù, mentre la danza è ritmata solo da una di loro. La prudenza, con tre occhi (vv. 130-132) a significare la memoria del passato la conoscenza del presente, la previgenza del futuro.

È davvero una bella e imperdibile compagnia, quasi un commento alle letture della Messa del Crisma, intrecciate tra ricordo di un mandato, profezia nel presente, impegno per il futuro degli uomini.

Riprendere questi temi sinottici nell’Adorazione Eucaristica e nella riflessione personale può aiutare a dare tono a questa nostra giornata, il cui riverbero si gioca solo in visione di fede, speranza, carità e di pratica dell’umano virtuoso.

Siano questi gli auguri pasquali: il ricordo di principi e fondamenti per la loro coltivazione nello svolgere dei giorni.

Il Sinodo vi cammina come due sci su un luminoso tappeto nevoso per volare tra il bianco del fondo e l’azzurro del cielo, superando e aggirando ostacoli su uno slalom gigante verso il traguardo di una conquista, consistente né in una coppa né in una medaglia su podi intermedi o altri, ma in sosta dinanzi al Dio della Storia, che nella sua assoluta fedeltà ci tende la mano per la nostra, talvolta labile o smemorata.

In Domino, un abbraccio di pace.

 

 

X Francesco Milito

Vescovo


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